Palazzi, vie, piazze, monumenti
Piazza Cavalli
Il baricentro storico e politico della città è la scenografica Piazza dei Cavalli, così detta per i due splendidi monumenti equestri che la impreziosiscono. Un tempo denominata “Piazza Grande, la piazza venne aperta negli anni ’80 del XII sec. in concomitanza con la costruzione del Palazzo Gotico, di epoca coeva alla prospiciente Chiesa di San Francesco. E’ collocata in posizione centrale rispetto ai principali assi viari medievali lungo i quali le famiglie dell’aristocrazia mercantile avevano stabilito le loro residenze e insediato le principali attività economiche. Nel corso dei secoli l’assetto della piazza è stato modificato in seguito alla costruzione del seicentesco “ Collegio dei Mercanti”, oggi sede municipale, e del neoclassico “Palazzo del Governatore”.
Palazzo Gotico
L'edificio, rimasto incompiuto (si pensa, infatti, che la facciata visibile dovesse essere soltanto un lato dell'intera costruzione), domina ora lo spazio principale del centro cittadino, piazza Cavalli, con le statue equestri di Ranuccio ed Alessandro Farnese. Il palazzo fu voluto nel 1281 da Alberto Scoto, capo dei mercanti e signore ghibellino della città e fu progettato da maestranze locali e forse comacine. Gli architetti che seguirono i lavori furono i piacentini Pietro da Cagnano, Negro de Negri, Gherardo Campanaro e Pietro da Borghetto. L’edificio ricorda nell'aspetto i tradizionali palazzi comunali dell'Italia settentrionale, col porticato basso per le adunanze popolari e i solenni finestroni con balconata per dar luce al grande ed unico salone superiore, originariamente creato per le grandi assemblee, ma che nel corso dei secoli fu anche utilizzato come magazzino e successivamente come teatro. Nel salone l'11 giugno 1351 fu ospitato l'illustre poeta Francesco Petrarca ed in data 18 febbraio 1561 fu utilizzato come sede per i festeggiamenti del carnevale che quell’anno rimase famoso per le giostre e feste straordinarie indette dal Duca Ottavio Farnese. La cornice ornata di archetti, la merlatura ghibellina a coda di rondine, la torretta centrale che racchiude il campanone e le due torrette laterali, sono insigni simboli dell'architettura civile medioevale. Su un basamento marmoreo, aperto da una loggia gotica con archi a sesto acuto, si imposta il piano superiore, dalle forme romaniche, con archi a pieno centro traforati da snelle trifore. E' suggestivo il contrasto tra la parte inferiore in marmo rosa di Verona e quella superiore in cotto rosso decorato a motivi geometrici. Una Madonna col Bambino, del sec. XIII, un tempo posata in una nicchia della facciata, è ora conservata al Museo Civico e sostituita da una copia.
Statue equestri di Alessandro e Ranuccio Farnese
Capolavoro indiscusso della statuaria barocca i due monumenti equestri collocati in Piazza dei Cavalli, che da loro prende il nome, si devono allo scultore toscano Francesco Mochi da Montevarchi (1580-1654) ; formatosi a Firenze dove subì l’influsso del Giambologna, Mochi fu attivo anche a Roma ed Orvieto. Per sedici anni, dal 1612 al 1628, lavorò alla realizzazione dei monumenti commissionatigli dalla comunità per celebrare la famiglia Farnese. Ranuccio (1620) (a destra guardando il Gotico) , in costume romano è raffigurato in modi ancora classicheggianti; più matura la resa del padre Alessandro (1625) percorso da un fremente dinamismo riflesso nel mantello e nella gualdrappa gonfiati dal vento, particolari che denotano un evidente aggiornamento nello stile, premessa ai grandi capolavori del Bernini. Le statue poggiano su basamenti in marmo bianco di Carrara; nei bassorilievi in bronzo applicati ai piedistalli ( Le Allegorie della pace e del Buon Governo su quello di Ranuccio, sull’altro il Ponte sulla Schelda e l’incontro con gli ambasciatori inglesi, scene della guerra combattuta da Alessandro nelle Fiandre) , lo scultore dimostra di padroneggiare la tecnica donatelliana dello stiacciato, un genere di rilievo caratterizzato dal distacco minimo rispetto al fondo della lastra. Completano i gruppi gli armoniosi putti di raffaellesca memoria che reggono lo stemma farnesiano e quello della città. Quando infatti il Mochi lavorava ai “cavalli” la Madonna Sistina era ancora al suo posto nel coro di San Sisto e lo scultore aveva probabilmente potuto trarne ispirazione, scegliendo il tema dei putti per reggere con grazia e soavità i simboli del potere.
La storia di Palazzo Farnese, residenza della dinastia ducale sino all'estinzione dei Farnese nel 1731, inizia nel 1558 quando i duchi Ottavio e Margherita danno inizio alla costruzione del loro palazzo affidandone il progetto a Francesco Paciotto. Il progetto prevedeva l'abbattimento della trecentesca Cittadella, voluta da Galeazzo Visconti, di cui rimane la parte ovest con la porta, i merli e due torri. I lavori, affidati in seguito a Jacopo Barozzi detto il Vignola, furono sospesi nel 1602 e venne portata a compimento solo la metà del progetto originale. Costituito da tre piani intervallati da due mezzanini e da un vasto seminterrato, al pianterreno e al primo piano due eleganti logge si affacciano sul cortile interno con nicchie angolari ed esedre. All’interno del cortile era stato previsto un anfiteatro ellittico – sul modello del cortile bramantesco del Belvedere a Roma- di cui restano le eleganti doppie logge a tutto sesto raccordate ai lati da absidi regolari che riprendono all’interno il motivo a nicchioni dei pilastri tra un’arcata e l’altra. Preziosa è la cancellata in ferro battuto del '600 : decorata con i gigli farnesiani e la corona ducale è frutto della perizia tecnica della scuola artigiana piacentina e introduce allo scalone e alla stanza del trono. Una cappella ducale ottagonale, ornata con stucchi, è opera del piacentino Bernardino Panizzari, detto il Caramosino ; presenta un'elegante calotta interna e un piccolo presbiterio su cui si affacciano due balconi. Notevole la scala a chiocciola che collega il seminterrato con la vedetta del tetto. Nell'insieme si apprezzano del Palazzo le ariose volumetrie ben valorizzate dal restauro architettonico. In quanto ai tesori d'arte un tempo custoditi, dopo che , nel 1731, Carlo di Borbone divenuto re di Napoli, portò con sé, nella città partenopea, quadri, mobili, arazzi, il palazzo subì un rapido e inarrestabile declino; venne utilizzato come caserma dagli austriaci, occupato dalle truppe napoleoniche e dopo la seconda guerra mondiale adibito a rifugio per famiglie di sfollati. Solo nel 1965 iniziò la difficile e onerosa opera di recupero. Il complesso vignolesco di Palazzo Farnese ospita ora i Musei Civici con la Pinacoteca, il Museo delle Carrozze, la sezione Archeologica e il Museo del Risorgimento.
Teatro Municipale
La prima pietra del nuovo teatro venne posata dall'amministratore generale del ducati Moreau de Saint-Méry, per nome della Francia, e inaugurato nel 1804, nel corso di una festa popolare con fuochi d'artificio e fiera dei cavalli. Il precedente teatro della Cittadella era andato distrutto a causa di un incendio nel 1798. Il progetto del nuovo si deve all'architetto Lotario Tomba e fu voluto da una società di nobili piacentini costituitasi a tale scopo nel 1803. La facciata rielaborata nel 1830 da Alessandro Sanquirico, lo scenografo scaligero autore anche delle decorazioni interne, si ispira a quella del Piermarini della Scala di Milano ; sul porticato inferiore a bugnato a intonaco si insediano il secondo piano a colonnato ionico e il timpano di coronamento. La facciata fu dotata anche, secondo il gusto dell’epoca, di un antiportico che fungesse da fermata per le carrozze. Sopra le porte della balconata in pietra del primo piano spiccano i bassorilievi raffiguranti la Allegorie dei generi teatrali di Alessandro Pettinati. La pianta è a tre quarti di ellisse per meglio rispondere alle esigenze acustiche ed ottiche. La soluzione strutturale adottata dal Tomba è ad alveare “all’italiana” capace di sfruttare lo spazio della cavea, attraverso la creazione di numerosi palchetti, per incrementare i posti per gli spettatori. L’aspetto attuale si deve a una riorganizzazione di metà ottocento, che ha conferito uno splendore di gusto romantico alla sala grazie ai velluti rossi e agli ornamenti dorati. Splendidamente decorato il foyer, da cui si accede alla sala per mezzo di porte a vetri e specchi dalle cornici in legno intagliato e dorato. Gli affreschi nella volta al di sopra della platea e il motivo a traforo in stucco sono opera di Girolamo Magnani . Negli ultimi decenni il teatro Municipale è stato sottoposto a numerosi lavori di restauro, ricavandovi, nella parte superiore, la spaziosa e accogliente Sala degli Scenografi. I lavori di recupero più consistenti al teatro (esterni ed interni), durati otto mesi, sono stati eseguiti in vista del centenario della morte di Giuseppe Verdi. Il 27 Gennaio 2001 il Municipale ha riaperto mostrando l'antico, ma rinnovato, splendore. Attualmente i posti a sedere sono 1075 di cui 871 disponibili al pubblico durante gli spettacoli.
Teatro Comunale dei Filodrammatici
Il Teatro dei Filodrammatici, riaperto nel 2000 dopo lunghi lavori di restauro, può accogliere quasi 300 persone.
L'edificio risale al XVI secolo quando le monache cistercensi di S. Franca fecero costruire una chiesa per accogliere le spoglie della patrona ed il convento oggi sede del Conservatorio. Nel 1908 l'aula di culto, concessa dal Comune di Piacenza alla Società Filodrammatica Piacentina - fondata nel1825 e riconosciuta con decreto di Maria Luigia d'Austria -, fu convertita in teatro con l'inserimento di una platea con loggiato, due ordini di gallerie e un ampio palcoscenico.
La facciata è opera dell'ingegner Giovanni Gazzola, il maggior esponente locale dell'art nouveau.
Sala dei Teatini ex chiesa di San Vincenzo
La chiesa teatina di Piacenza fu consacrata dal vescovo Claudio Rangoni nel 1612, proprio nel luogo dove esisteva la duecentesca chiesa di S. Vincenzo, ancora in attività e adiacente al secondo chiostro di S. Antonino. Nel 2009, al termine di due anni di lavori ininterrotti, nel corso dei quali è stato compiuto il restauro dell'edificio e di tutti i suoi affreschi, riapre l'ex chiesa di San Vincenzo ora chiamata Sala dei Teatini. Conclusi i lavori di restauro, un progetto d'avanguardia, ha trasformato l'ex chiesa in un moderno auditorium con la messa in opera di soluzioni tecnologiche d’avanguardia. Sul palco, coperto da un sistema di tende fonoassorbente , è stata allestita una camera acustica in policarbonato che ottimizza il reciproco ascolto tra musicisti e direttore facendone un’eccellente sala prove per l’orchestra Cherubini diretta dal M. Riccardo Muti. All'interno, a tre navate, un ciclo ad affresco (1706-12) con opere di figura di Robert De Longe (Bruxelles 1646- Piacenza 1709) e di Giovanni Evangelista Draghi (Genova 1654-1712), di quadratura dei piacentini Andrea e Giambattista Galluzzi, mentre la volta a botte della navata centrale (1760-1) è affrescata dai lombardi Felice Biella (quadratura) e Federico Ferrario (figura). In zona presbiteriale si ricordano le tre scene del martirio di S. Vincenzo dipinte dal già citato Roberto de Longe. Tra le opere pittoriche, non più in loco, Carlo Carasi (le pubbliche pitture, 1780) ricorda nella navata destra il S. Bernardo di Domenico Fiasella detto Sarzana (1643), S. Carlo che battezza di Alessandro Tiarini. Altre opere sono la Trinità di Giovanni Battista Trotti detto il Malosso, S. Andrea Apostolo di Camillo Gavasetti, S. Andrea Avellino sorpreso dall’ apoplessia di Benedetto Marini, S. Cecilia di Sebastiano Galeotti.
Piazza Duomo
In epoca medievale a partire dall’anno Mille e fino alla realizzazione di Piazza Cavalli e di Palazzo Gotico, la piazza era il centro della vita civile e religiosa della città. Nel 1122 inizia la costruzione dell’attuale cattedrale . A lato di questa si trova il Palazzo vescovile il cui nucleo primario risale alla primitiva cattedrale di Santa Giustina e da allora più volte rimaneggiato a partire da fine secolo XV quando fu ricostruito appoggiando il piano nobile su uno snello porticato rinascimentale. L’attuale fabbrica è invece del 1863 e rispetto alla precedente è più alta e massiccia.
L’ assetto attuale della piazza si deve , a metà del Cinquecento, a Papa Paolo III Farnese che voleva ammodernare la città in vista dell'assegnazione dei Ducati di Piacenza e Parma al figlio Pierluigi : la piazza venne ampliata con l’abbattimento della vicina chiesa di San Giovanni de Domo e vennero costruiti i portici a nord e a ovest. Nel centro della piazza è collocato il monumento all’ Immacolata che risale al 1862 a ricordo del dogma proclamato da Papa Pio IX l’8 dicembre 1854.
Il Duomo. Iniziato nel 1122 sulle fondamenta della preesistente cattedrale di S.Giustina, fu terminato nel 1233. La facciata è divisa in due contrafforti, in marmo rosa nella parte inferiore e in arenaria nella parte superiore. I tre ingressi sono sormontati da piccoli portici a due colonne. Capolavori di arte romanica sono le figure che reggono i protiri, prodotto di una scuola cantiere piacentina che segue i modelli di Wiligelmo e Nicolò. L'interno presenta una significativa testimonianza dell' arte barocca con affreschi di Carracci, Procaccini per il presbiterio e Guercino, Morazzone per quanto riguarda la cupola.
E' una delle piazze più importanti della città. Nel periodo alto medievale centro della vita civile, religiosa ed economica della città; qui passava il collegamento tra la via Postumia (verso Pavia) e la via Emilia che costituisce anche un tratto della via di pellegrinaggio verso Roma (via Francigena). Tra il 350 e il 375 il primo vescovo di Piacenza Vittore fece edificare il primo nucleo della basilica in zona fuori dalle mura romane. Sulla piazza si erge la Basilica di Sant'Antonino (sec. XI), dedicata al Santo Patrono di Piacenza, di cui conserva le reliquie. La piazza è stata oggetto nel 2011 di importanti interventi di riqualificazione che ne hanno rinnovato la pavimentazione, l’illuminazione e gli arredi.
Basilica di Sant'Antonino. Venne fondata nel quarto secolo d.C. ma l’assetto attuale si data all’XI; fu punto di riferimento fondamentale per i pellegrini che percorrevano la via Francigena, via che la chiesa costeggiava e sulla quale si affaccia il cosiddetto Portico del Paradiso. Il portale è ornato da importanti sculture del XII secolo della cosiddetta "scuola piacentina". La chiesa custodisce altre importanti opere d'arte tra cui gli affreschi di Camillo Gavasetti nel presbiterio. Alle pareti quadri di Roberto de Longe. Altre opere sono riunite in un museo aperto al pubblico. Da questo tempio partirono, sul finire dell'Ottocento, i primi missionari di san Carlo fondati dal Beato Giovanni Battista Scalabrini. Inoltre fu in Sant' Antonino che nel 1183 si avviarono i preliminari della pace di Costanza tra Federico Barbarossa e i Comuni.
Piazzale delle Crociate
Il piazzale si trova nella zona ovest della città dove un tempo insieme alle mura farnesiane delimitava il confine di Piacenza. Nell’area dove oggi sorgono l’ospedale, l’ospizio Vittorio Emanuele e la Basilica di Santa Maria di Campagna Papa Urbano II, nella primavera del 1095 , riunì un concilio a cui seguì il bando a Clermont della prima crociata in Terra Santa. Sulla piazza si trova la splendida basilica di S.M. di Campagna, esempio architettonico rinascimentale tra i più pregevoli del nord d'Italia.
Basilica di Santa Maria di Campagna. Eretta a spese della Comunità Piacentina nei primi anni del sedicesimo secolo, la chiesa sorge sull'area occupata in precedenza da un altro edificio sacro (il santuario di Santa Maria di Campagnola), dove si venerava un’ immagine lignea della Madonna con il Bambino, dinanzi alla quale, secondo la tradizione, il Pontefice Urbano II nel 1095 avrebbe annunciato l 'intenzione di bandire dal Concilio di Clermont la 1ª Crociata. Progettista e direttore dei lavori è stato Alessio Tramello, un architetto piacentino, che ha recepito la lezione del Bramante. Al suo interno conserva importanti opere di Camillo Procaccini, Bibiena, Pordenone, Bernardino Campi e molti altri.
Piazza Borgo
La piazza, attualmente situata al centro di un reticolato di storiche vie, è di origine medioevale: il nome deriva da "sobborgo" poichè si trovava al di fuori della cinta muraria della città; nel medioevo erano così denominati gli insediamenti che erano esclusi dalle mura della città ma che la città finiva poi per inglobare e abitualmente prendevano il nome dalla vicina porta. Piazza Borgo, che si era sviluppata oltre la Porta di santa Brigida in fondo a Via Garibaldi, fu comunque sempre denominata”Il Borgo”. Nella piazza si può notare la chiesa di S.Brigida del XII secolo, costruita su un presistente tempio dell'850 e antico luogo di sosta per i pellegrini con annesso hospitale.
Chiesa di Santa Brigida. Una delle chiese più antiche della città, affonda le sue radici dopo il Mille; qui nel 1185 la Lega Lombarda ha ratificato la pace di Costanza. In questa chiesa si venera S.Gaspare del Bufalo, un prete romano che, con altri è stato imprigionato a Piacenza per non aver giurato fedeltà a Napoleone. Tra le opere più importanti segnaliamo, nella navata destra, un "Beato Alessandro Sauli" di Giovanni Battista Tagliasacchi; tra le sculture un crocefisso del XV secolo (cappella del Crocefisso) e un battistero di Paolo Perotti (navata sinistra presso l'entrata).
La Via Emilia (329,300 Km) è una antica strada romana fatta costruire dal console Marco Emilio Lepido tra il 189 e il 187 a.C. per collegare in linea retta Rimini con Piacenza.Questa arteria si è rivelata fondamentale nel corso degli anni non solo dal punto di vista militare (per fare spostare più velocemente gli eserciti, per esempio) ma anche per il trasporto e per il commercio di tutto l'impero romano. La via Emilia collegava, inoltre, altre due importanti strade romane: la via Flaminia, strada consolare che partiva da Roma e terminava proprio a Rimini, colonia fondata nel 268 a.C., e la via Postumia, che da Piacenza giungeva ad Aquileia, ultimo centro importante del Veneto prima dei confini con la provincia italica, cioè la penisola italiana, sottoposta direttamente al potere romano. La Via Emilia è ancor oggi la strada più importante dell'Emilia Romagna, regione a cui ha dato il nome ed è classificata con la denominazione SS 9 ed il termine del percorso è stato portato a Milano.
Via Sopramuro
La denominazione "sopramuro" sta ad indicare che questa via si trovava sopra le antiche mura della città romana in particolare il lato nord della cinta stessa . Lungo la via, nel medioevo, si insediarono diverse botteghe di fabbri tanto da crearne una corporazione; infatti era presente una porta di ingresso alla via chiamata appunto "porta dei fabbri ferrai".
Via Taverna
Anticamente denominata "strà alvà", poichè in epoca romana era ad un livello superiore rispetto alle altre, è una lunga arteria che porta dalla via Emilia Pavese in pieno centro storico. Oggi è sede di numerosi negozi, ristoranti e alcuni tra i più bei palazzi storici della città tra cui palazzo Somaglia , Palazzo Barattieri, Palazzo Scotti da Fombio.
Via XX Settembre
Storica via della città denominata anticamente "Strada diritta" che congiunge Piazza Cavalli al polo religioso di Piacenza, Piazza Duomo. Lungo la via sono presenti diversi negozi di vario genere e per questo motivo è considerata una delle vie preferite per lo shopping in città. Già nel medioevo vi erano presenti numerose botteghe di mercanti di tessuti e soprattutto orafi tanto che era anche chiamata "via degli orafi".
Viale Pubblico Passeggio
E' il viale più famoso della città: lungo quasi due chilometri si trova alle porte del centro storico, in posizione di rilievo sulle mura rinascimentali parallelamente a via IV Novembre. Ombreggiato da platani secolari, il viale si presta a passeggiate nel verde, giri in bicicletta e a momenti di relax sulle numerose panchine disseminate lungo il percorso. In alcuni momenti dell'anno ospita mercati, fiere e attività ludico/culturali per grandi e piccini. Non meno interessante è il nome : all’origine del popolare Facsal vi è il termine inglese Vauxhall che denominava i giardini istituiti a Londra nel 1661 sulla riva del Tamigi come luogo di divertimenti e svago . Da lì se ne diffuse la moda in tutta Europa dove però caddero presto in disuso e con loro il nome che invece si è mantenuto a Piacenza, con una leggera modifica, fino ai nostri giorni.
Munta' di Ratt
A Piacenza la conoscono tutti: è la famosa scalinata che collega la sopraelevata via Mazzini alla più bassa via San Bartolomeo. Il significato corretto dell’espressione sarebbe da ricondursi alle parole “montata ratta” che stanno a identificare una salita ripida anche se poi nel linguaggio comune si è gradualmente trasformato ne "la montata dei topi”; secondo la leggenda popolare, infatti, questi roditori l'avrebbero percorsa in salita al fine di allontanarsi il più possibile dalle zone più basse adiacenti al Po durante le alluvioni e le piene del fiume. Attualmente la scalinata è una delle zone più caratteristiche della città: invasa da fiori sospesi dai davanzali delle vecchie abitazioni e dai tavolini dei piccoli locali della "vecchia Piacenza", si anima nelle serate estive di chiacchiere, di musica e di letture di poesie. Diventa un suggestivo angolo da fotografare durante l'inverno quando scende la neve e si trasforma in un luogo incantato.
Stradone Farnese
Antica, ampia e lunghissima strada voluta da un rappresentante dell'ordine cardinalizio attorno alla metà del cinquecento per preparare e celebrare l’arrivo dei Farnese in città con la costruzione di maestosi palazzi nobiliari e creare una via che accelerasse i collegamenti con la Via Emilia abbastanza difficoltosi nelle strette vie del centro cittadino. Cambiò diverse denominazioni nel corso dei secoli dalla fondazione fino al Risorgimento ma tuttora conserva il nome che la tradizione popolare ha continuato ad attribuirle da secoli.
Monumenti
Mura Farnesiane
La cerchia Farnesiana è la cinta bastionata cinquecentesca che cingeva completamente l'abitato cittadino. Percorrendo via XXI Aprile, si nota un lungo tratto delle mura, insieme al vallo circostante dove attualmente si svolgono manifestazioni sportive ed eventi musicali. E' piacevole la passeggiata che da via Maculani costeggia le mura lungo un pittoresco viale alberato fino a giungere ad ammirare la basilica di S.Maria di Campagna. Il percorso delle mura è interrotto da bastioni, quelli di Porta Borghetto, punto di comunicazione a Nord, fino a raggiungere gli spalti della cinta muraria meridionale lungo il Passeggio Pubblico e i bastioni Corneliana e S.Caterina (ora non più visibili) in affaccio su via IV Novembre.
Monumento all'Immacolata
Di grande effetto è la monumentale statua della Madonna posta al centro di Piazza Duomo; essa ricorda il dogma dell'Immacolata proclamato da Pio IX l'8 Dicembre 1854. E' opera del prof. Innocenzo Fraccaroli e dello scultore Bellezza di Milano. La statua è sostenuta da una colonna di 9,40 metri che era destinata a Palazzo Farnese. L' opera è stata posta nel 1862 ma è rimasta incompiuta in quanto nelle nicchie del basamento dovevano essere inseriti quattro profeti; invece vi è stata collocata una Madonna in bronzo di Ricchetti a ricordo dell'incursione aerea del Maggio 1944 che causò distruzione e vittime nella zona di Piacenza.
Porta Borghetto
Porta Borghetto fu punto di comunicazione, a Nord come uscita dalla città verso la Lombardia, fra la cinta esterna e quella interna del nucleo urbano. E’ l’unica porta rimasta dell’antica cinta muraria rinascimentale. Si presenta sorretta da due bastioni imponenti che interrompono la continuità delle mura . Negli ultimi anni il vallo antistante ha ospitato diverse manifestazioni.
Volta di Angilberga
Poco distante dalla suggestiva Chiesa di San Sisto si può notare il famoso voltone in cotto ogivale detto "di Angilberga". L'imperatrice Angilberga, moglie di Lodovico il Pio, fondò proprio la chiesa di San Sisto nell'874, insieme ad un annesso convento di benedettine, del quale divenne badessa nell' 882 e al quale farà donazione di moltissime proprietà che si estendevano da Lodi, Piacenza, Cremona fino a Modena, Reggio e Comacchio e in altre regioni del Nord Italia.
Palazzi storici
Palazzo Anguissola da Grazzano
Palazzo Anguissola da Grazzano, costruito fra il 1774 e il 1777, opera del celebre architetto Morelli attivo in tutta l’Emilia-Romagna ma anche a Roma e nel Lazio. Morelli dimostra grande abilità nello sfruttare il lotto abbastanza infelice ottenendo risultati di grande effetto. Notevole il raffinato atrio diviso in tre navate, soluzione pressoché inedita per Piacenza ricollegabile invece a illustri precedenti bolognesi quali ad esempio, Palazzo Aldovrandi, e lo scenografico scalone che sale al secondo piano ed è impreziosito da stucchi di Alessandro Della Nave e Antonio Villa. Inedito per Piacenza il percorso della scala che si svolge intorno ad un rettangolo con conseguente delimitazione di una tromba centrale. La facciata si eleva su tre piani e presenta finestrelle rotonde nel cornicione di stile dorico, elementi decorativi tardobarocchi e in stile Luigi XVI all’insegna della ricerca di grazia e raffinatezze richiamate dalle decorazioni dell’atrio. Di Alessandro della Nave e Antonio Villa sono anche gli affreschi del vasto salone; in altre sale troviamo decorazioni di Giovan Battista Ercole e unicum per Piacenza due medaglie affrescate da A. Bresciani .
Palazzo Baldini Radini Tedeschi
Il palazzo è il risultato di una serie di interventi ad opera della famiglia Baldini nel corso di tutto il XVIII secolo.
L’edificio si sviluppa per 80 metri di lunghezza su tre cortili, quello centrale di rappresentanza, quello di destra per le carrozze e quello di sinistra per il servizio. I primi interventi sono databili al 1676, ma è nel XVIII secolo che avvengono i lavori più sostanziali. Vennero, infatti, prese in esame le stalle, le rimesse e gli ambienti nobili al primo piano. A più riprese furono acquistate nuove case trasformate in ambienti nobiliari. Nello stesso periodo vengono eseguite anche notevoli decorazioni pittoriche di cui a tutt’oggi rimane ben poco tranne alcuni affreschi realizzati da Bartolomeo Rusca e dalla scuola del Piola. Risalgono al 1718 quindici quadri ad olio di Giacomo Bolognini dipinti per il salone d’onore. Di notevole pregio doveva essere la decorazione di una galleria, eliminata nelle varie ristrutturazioni, da parte di Domenico Piola e Sebastiano Monchi e l’ alcova affrescata da Roberto De Longe. Si deve probabilmente a Domenico Cervini la realizzazione dello scenografico scalone d’onore di suggestione bibienesca dal 1726 al 1737 tra i più interessanti costruiti a Piacenza. Purtroppo dallo stato attuale del Palazzo è difficile immaginare il fasto e la sontuosità descritti nei vari documenti della famiglia Baldini di grande interesse per ricostruire le complesse vicende costruttive dell’edificio.
Palazzo Casati
La facciata in cotto a vista si rifà alla tradizione purista Secentesca. Al centro della struttura un cortile porticato determina l’impostazione planimetrica. Le colonne binate che sorreggono alternativamente archi e architravi si ritrovano nel vano del luminoso scalone. L’interno del palazzo, assai ricco e di ottima conservazione, contrasta con l’assoluta semplicità dell’esterno. Ricca, infatti, la decorazione composta da stucchi, statue lignee di difficile attribuzione e dipinti di Roberto De Longe realizzati tra il 1704 e il 1707, che costituiscono nell’insieme un ciclo di grande interesse. Le tematiche sono quelle mitologiche e spiccano fra i tanti Diana e Flora, nelle medaglie di due sale a loro dedicate, o il Carro di Apollo, grande affresco presente nella volta del salone. Ancora nel salone sono rappresentati in grandi tele ad olio episodi dell’Antico Testamento e sulla scala troviamo due tele dedicate ad episodi dell’ Eneide. Altre opere sono state realizzate in periodi successivi da Bartolomeo Rusca. Nella sala dell’archivio si trovano i dipinti di Clemente Ruta, mentre in biblioteca Diana e Endimione fanno da protagonisti in quadrature affrescate da attribuirsi probabilmente al piacentino Mussi.
Palazzo Costa
Palazzo Costa, uno dei più importanti palazzi di Piacenza, venne realizzato a partire dal 1693 su iniziativa del conte Giuseppe Costa. La facciata con timpano centrale che sovrasta una zona a bugnato piatto per la leggerezza dei motivi decorativi e per l’andamento asimmetrico dei ferri battuti è una raffinatissima opera rococò da collocarsi intorno alla metà del XVIII secolo. L’ impianto del palazzo è secondo il consueto schema ad U, con portico sui tre lati che si aprono verso un giardino di elegante disegno. Nello scalone che porta al primo piano notiamo una soluzione geniale al problema della maggiore illuminazione che ritroviamo presente in molti scaloni di palazzi seicenteschi ; qui infatti il progettista, probabilmente il famoso Ferdinando Bibiena, affaccia la prima rampa della scala direttamente sul cortile da cui si può vedere perfettamente anche l’andamento della seconda rampa creando con ciò una sorta di scala aperta . Il Bibiena è autore anche della straordinaria decorazione del salone al piano nobile (1699) che venne realizzata in collaborazione con Giovanni Evangelista Draghi per le parti dipinte e si svolge su cinque ordini architettonici prospettici. Interessante anche una sala allestita con quadri della bottega di Margherita Caffi installati entro eleganti stucchi rococò. Le altre sale sono state adibite a Museo Ambientale e raccolgono un vasto nucleo di mobili settecenteschi ed opere pittoriche.
Palazzo dei Mercanti
Situato nella piazzetta omonima ospita gli uffici comunali.Fu costruito tra il 1676 e il 1697 su progetto dell’architetto piacentino Angelo Caccialupi commissionatogli dal Collegio dei Mercanti, istituzione presente in città dal medioevo al periodo napoleonico. L’edificio si articola su tre piani : al piano terreno, in un elegante loggiato le colonne binate reggono arcate a tutto sesto, a cui corrispondono ai piani superiori due ordini di paraste intervallate da altrettanti ordini di finestre. La facciata è alquanto insolita per la presenza del portico, determinata dalla funzione pubblica del palazzo e quindi dalla necessità di uno spazio aperto riparato; da sottolineare anche la sovrapposizione degli ordini anziché l’uso di un unico ordine gigante e la conseguente suddivisione con fasce marcapiano e l’intonaco rosso, particolari che sono in contrasto con il tipo di facciata seicentesca in cotto liscio, senza decorazioni, presente in altri palazzi coevi. Durante la dominazione francese, soppresse le antiche corporazioni, il palazzo fu sede del collegio elettorale, del tribunale del commercio e del Teatro della Filodrammatica.
Palazzo del Collegio dei Gesuiti
L’area su cui sorge il Palazzo fu assegnata alla Compagnia di Gesù dal Duca Ottavio Farnese ; nel 1583 cominciarono i lavori per la costruzione della chiesa di san Pietro edificata su preesistente edificio religioso medievale e inaugurata nel 1587. Dieci anni dopo si cominciò a costruire il collegio intorno alla chiesa quasi a racchiuderla per l’espletamento delle pratiche religiose quotidiane. Dopo l’allontanamento della Compagnia del Gesù, nel periodo del riformismo illuminato farnese-borbonico (1774), il palazzo divenne sede della biblioteca comunale oggi Biblioteca Comunale Passerini Landi, che accoglie diverse preziose opere, fra le quali il più antico codice, datato 1336, della Divina Commedia ed il salterio di Angilberga su pergamena.
Palazzo del Governatore
Il palazzo, progettato dall' arch. Lotario Tomba nel 1787, ospitò gli uffici e l'abitazione dei governatori che si succedettero fino all'annessione del ducato di Piacenza e Parma al Regno di Sardegna. L’area su cui sorge è ricca di memorie storiche : in età medievale vi erano numerose case con botteghe artigianali e nel 1479 venne costruito un porticato lungo il fronte delle case. Nel 1780 viene deciso l’abbattimento delle case e del porticato e nell’anno successivo inizia la costruzione del palazzo. Interessante a decorazione della facciata il calendario perpetuo con meridiana opera di Gian Francesco Barattieri. Tomba riuscì ad inserire, in un contesto molto impegnativo già segnato dalla presenza di Palazzo Gotico, un edificio di qualità architettonica e di eleganza di dettagli assai notevole. Da notare come, nonostante la lunghezza del fronte, il palazzo del Governatore non metta fuori scala il Gotico proprio per la relativa altezza che il Tomba gli conferì. Le due torrette laterali e il risalto centrale, di altezza equivalente, tolgono monotonia alla facciata nobilitandola con il rinvio a schemi che ritroviamo in numerosi castelli coevi.
Palazzo Ferrari Sacchini
Il palazzo fu oggetto di migliorie a partire dal 1687. In esso viene ben rappresentato il cambiamento avvenuto nell’architettura civile cittadina sotto l’influenza dei fratelli Bibiena. Le due facciate esterne si contrappongono infatti a tante coeve costruite secondo schemi che privilegiavano la semplicità delle forme; si aprono con uno zoccolo bugnato su cui poggia un ordine gigante di paraste composite. Le finestre presentano complessi timpani ricurvi con al centro motivi decorativi e al secondo piano cornici assai articolate. Grosse ghirlande uniscono i gruppi di mensole che sorreggono lo sporto del tetto ; sono assenti, come in molti palazzi di Piacenza, le finestre dei solai. All’interno si può intravvedere un piccolo cortile porticato su due lati con un loggiato al piano superiore. Al vano scala si accede da un pianerottolo ricco di statue e stucchi ; dal contesto dell’edificio emerge l’importante altana realizzata in corrispondenza del vano dello scalone. Al piano nobile numerose sale furono affrescate e decorate da De Longe con un fregio attribuibile a Marcantonio Rizzi. Da notare la pregiata balaustra in ferro battuto del balcone principale coeva alle decorazioni delle finestre opera di Provino Dalmazio.
Palazzo Landi
Una delle più belle costruzioni civili del ‘400 italiano e una delle poche di tale periodo rimaste integre a Piacenza , la sua costruzione ebbe inizio nella prima metà e ultimata alla fine del secolo su commissione di Agostino Landi, noto umanista piacentino. A seguito della partecipazione di un componente della famiglia ad una congiura, l’edificio fu confiscato dal Duca Ottavio nel 1578, divenne sede ducale e poi sede del Tribunale. Architetto fu Giovanni Battagio ingegnere del Comune di Milano, decoratore Agostino De Fondutis appartenente alla scuola lombarda del Mantegazza e dell’Amadeo. Tutto l’edificio è di schietta ispirazione lombarda tanto nella struttura architettonica quanto nella decorazione esterna e del cortile. Lo splendido portale di marmo bianco spicca sulla massa dei mattoni di cotto della facciata spartita da un fantastico fregio in terracotta creando una visione spaziale chiara e definita rappresentativa di uno dei periodi più significativi dell’arte italiana.
Palazzo Malvicini Fontana da Nibbiano
In via Verdi si incontra la ragguardevole mole del seicentesco Palazzo Malvicini Fontana da Nibbiano, potente famiglia che, durante il Medioevo, signoreggiò a lungo sulla Valtidone. Al 1681 risale la prima ristrutturazione dell'edificio; un secondo intervento risale al 1727 e fa sì che il palazzo risenta dell’influenza dell’arte dei Bibiena rilevabile soprattutto nella grandiosità e severità dell’aspetto formale e nella ricchezza degli elementi decorativi esterni e interni. Difficile l’attribuzione al progettista; l’interno presenta un ricco cortile con due lati porticati la cui posizione non è in asse ma tangente all’androne, cosa abbastanza rara per Piacenza ma comune a Bologna. Distrutto il grande salone, gli ambienti che ancora presentano decorazioni sono al piano terreno : un locale con quadrature della scuola dei Natali e altre due salette con affreschi probabilmente di Bartolomeo Rusca. Purtroppo molti degli sfondi e delle decorazioni pittoriche sono stati pesantemente ridipinti.
Palazzo Mandelli
In via Mandelli il settecentesco Palazzo Mandelli, che appartenne ai marchesi di Caorso fino al 1817, è dal 1913 sede della Banca d'Italia. In precedenza fu residenza dei duchi di Parma, sede della Prefettura e della Provincia. Si tratta di uno degli edifici più significativi di Piacenza ; la struttura si impone per la lunga facciata (75 m) senza scansione di ordini, di altezza contenuta (15 mt.) e perciò priva delle finestre del sottotetto. L’edificio, che occupa tutta l’area tra via San Marco e via Borghetto, è organizzato attorno a due cortili uno nobile e l’altro di servizio. Le strade strette di questa zona della città, ancora quelle dell’antico tracciato romano, non permettono di averne una visione frontale completa ma sempre parziale. Per questa ragione l’architetto ha sottolineato gli angoli e l’asse mediano con l’introduzione di importanti balconi retti da colonne a blocchi. Purtroppo è stato impossibile risalire al nome del progettista che rivela una vasta cultura soprattutto nella raffinata impostazione della facciata : le forature del seminterrato, del piano terra e del piano nobile sono tra loro collegate da un sottile gioco di cornici ; del tutto separate, invece, le finestre dell’ultimo ordine per dare risalto ai timpani del piano nobile. Anche nell’atrio, che ricorda soluzioni adottate nei palazzi piemontesi, si evidenzia l’ampia conoscenza di modelli architettonici da parte del progettista. Delle due corte scalinate poste in obliquo quella di destra dà accesso allo scalone ; questo è notevole per i giochi cromatici intessuti dagli stucchi banchi e dai marmi neri e rosa, quest’ultimi richiamati dalla colorazione tenue delle pareti, e ripresi anche nel pavimento alla veneziana del ballatoio.Di grande gusto e raffinatezza sono anche i pochi serramenti e arredi rimasti della dotazione originaria del palazzo.
Palazzo Rota Pisaroni
L’edificio nella forma attuale è frutto di una ricostruzione effettuata tra il 1750 e il 1762, come è ricordato da una lapide posta nel cortile. Il palazzo venne abitato dai Rota sino al 1830, quando venne acquistato dalla famosa cantante Rosmunda Benedetta Pisaroni, il cui salotto divenne un punto di riferimento per molti personaggi legati al mondo dell’arte. Dopo la sua morte l’edificio passò per varie mani, sino a quando, nel 1906, venne acquistato dalla Cassa di Risparmio di Piacenza, che lo fece restaurare dall’architetto Franco Albini ; ora è sede della Fondazione di Piacenza e Vigevano. La facciata è strutturata a livelli segnati da cornici marcapiano con tre ordini di finestre circondate da mosse cornici in stucco. L’ingresso è sottolineato da una ricca cornice mistilinea alla quale si raccorda il soprastante balcone con ringhiera in ferro battuto. L’impianto planimetrico originale era con schema ad U, porticato su tre lati, aperto sulla corte e sul giardino.La facciata interna dell’edificio presenta una composizione alquanto singolare : la presenza di un loggiato al piano terra, di una loggia all’ultimo piano e nel piano nobile archi ciechi e una scansione con paraste di ordine ionico. La scala nobile è sistemata nel corpo di fabbrica a sinistra, secondo lo schema della “scala libera”, con due diverse rampe contrapposte, del tipo “a tenaglia”, che conducono a due ingressi distinti. Impreziosiscono il palazzo opere in ferro battuto di grande pregio. All’interno interessanti sono le decorazioni dell’alcova con stucchi e scala segreta ; il salone d’onore a doppio volume presenta un impianto decorativo assai originale : nella volta dentro ad un’ampia ghirlanda è affrescata “La caduta di Fetonte” attribuita al pittore Luigi Mussi e nel 1765 Giuseppe Manzoni sistemò alla pareti della sala varie tele con differenti soggetti in parte da lui stesso ridipinte ; tra queste otto quadri con fiori, frutta, uccelli, attribuiti a Margherita Caffi.
Palazzo Scotti da Fombio
Realizzato nel Quattrocento, è oggi sede del Collegio Morigi. Il Palazzo fu edificato tra il 1479 e il 1495 per opera dei due figli di Alberto Scotti, Ettore e Trailo, che se ne divisero la proprietà : per cui al primo toccò la parte est verso San Bartolomeo (sede del Collegio), al secondo la parte ovest verso la chiesa. La facciata verso est è arricchita da un portale classicheggiante risalente al 1492 realizzato in pietra e da un fregio in cotto con girali, animali simbolici e teste di cesari, che percorre anche il prospetto su via San Bartolomeo sopra al primo ordine di finestre. Notevole è il portale classicheggiante in pietra con raffinate figure scolpito nel 1497 dal milanese Gregorio Delli Primi. Due statue angolari reggono lo stemma delle famiglie Scotti e Sanvitale (moglie di Ettore Scotti). All’interno si trova un cortile colonnato sui quattro lati chiuso da un bellissimo quadriportico con colonne in granito ed eleganti capitelli ionici. Il grandioso scalone a rampa unica fu costruito nel 1825. Il piano superiore fu realizzato nel corso del Seicento. L’altra metà del palazzo passò ai Landi e poi agli Anguissola . Tra il 1794 e il 1810 fu ricostruito e poi ceduto al Comune di Piacenza, divenne sede del Liceo classico, di altre scuole e ora di alcuni uffici comunali. La facciata è rimasta abbastanza integra rispetto all’originale, il cortile interno presenta solo tre arcate del porticato originario e uno scalone a due rampe con balaustra in pietra. Questo palazzo ospitò nel 1513 Isabella d’Este e due anni dopo il re di Francia Francesco I che Paride Scotti aveva appoggiato nella sua politica militare.
Palazzo Scotti da Sarmato
In via San Siro ecco una delle più notevoli residenze signorili di Piacenza, il vasto complesso ereditato nel 1671 dalla famiglia Scotti di Sarmato. Nel 1796 vi risedette Napoleone, in seguito vi installò il proprio comando il generale russo Suvaroff (1799) a capo dell'alleanza russo-austriaca contro i francesi. Anche Papa Pio VII dimorò nelle sue stanze riccamente decorate con affreschi, stucchi e dipinti. Tra il 1772 e il 1782 l’edificio fu sottoposto ad opera di ristrutturazione di cui il progettista risulta anonimo anche se è probabile che parte del disegno sia da attribuire al Morelli, ideatore anche di Palazzo Anguissola. Nei dettagli costruttivi e nelle decorazioni è però molto presente l’apporto delle maestranze locali aggiornate sul nuovo gusto Luigi XVI che probabilmente agirono in piena autonomia. Così la decorazione dei timpani delle finestre con protomi di vari tipi ( personaggi vari e maschere) si ricollega ad una tradizione tipicamente piacentina. Nel grande salone a doppio volume dal bellissimo pavimento in cotto variegato è ancora visibile la decorazione della volta affrescata con “la Verità rivelata dal Tempo” mentre della restante decorazione pittorica non resta più nulla essendo state asportate tutte le tele dalle grandi cornici in stucco. Un grande cancellata in ferro battuto e un armonioso colonnato cortilizio si aprono sul prezioso giardino all’italiana che, a sua volta, si affaccia sullo Stradone Farnese.
Palazzo Scotti da Vigoleno
In Piazzetta Tempio si può ammirare l'edificio settecentesco, appartenuto alla potente famiglia dei mercanti e dei banchieri degli Scotti da Vigoleno, ora sede della Prefettura; l’edificio sorge sull'area cosiddetta del Guasto dove, a causa di una protesta popolare, nel Trecento furono demolite le case possedute dall’antica famiglia Scotti. Il progettista dell’edificio, Ignazio Cerri, mostra uno stile piuttosto severo che si impone più per la grandiosità che per il gusto originale. Interessante è il portale che sorregge un balcone dalla balaustra in marmo traforata. Ai lati della finestra centrale due grossi globi portano le stelle dell’impresa degli Scotti con la banda relativa. Da notare l'ampio atrio a tre navate, quella centrale si apre sul cortile d’onore e poi sul giardino retrostante, le due laterali si innestano in due stretti e alti cortili. Lo scalone è di ispirazione berniniana estraneo sicuramente alla tradizione piacentina. Inconsueta anche la decorazione ad affresco del salone :sulle pareti troviamo bandiere, trofei d’armi, picche, alabarde, scudi, lance e trombe che sapientemente composte creano effetti grandiosi e suggestivi mentre nella volta sono raffigurate allegorie celebrative della famiglia Scotti opera probabilmente di Bartolomeo Rusca. Anche se l’insieme degli affreschi è stato pesantemente alterato da successive ridipinture i soggetti recanti trionfi d’armi sarebbero riconducibili all’opera di Francesco Natali.
Palazzo Somaglia
L'edificio, costruito a partire dal 1688, presenta nella facciata, assolutamente lineare, la unica particolarità di tre balconcini a canestra sulla facciata; l'impianto dell'edificio è piuttosto originale poichè si sviluppa attorno ad un cortile porticato su tre lati di cui uno, quello che fronteggia l’ingresso, con doppio loggiato ; il cortile si apriva sul giardino dove nell’ala est erano ospitate le scuderie che sembra potessero ospitare ben sedici cavalli. Anomala è la collocazione della scenografica scala posta nel doppio loggiato: questa si sviluppa in quattro rampe, ad andamento obliquo, che formano una specie di X, partendo ed arrivando su un pianerottolo esagonale. Essa è da attribuirsi ad un seguace della scuola bibienesca, Giuseppe Cozzi, che nel primo decennio del secolo sviluppa ampiamente il tema delle rampe oblique. Gli affreschi di molte sale sono attribuibili a Francesco Natali ( ad esempio le quadrature delle volte della scala, del corridoio di disimpegno delle varie sale, dell’alcova e del salotto verso la strada) e presentano tratti di grande qualità artistica per l’invenzione prospettica e l’originalità dell’apparato decorativo. Altri affreschi, che hanno sofferto successive ridipinture, sarebbero opera di Roberto De Longe e della sua scuola.
