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Piacenza: cenni storici - Piacenza Primogenita e i moti del '48


primogenita-fiocco «Alla città di Piacenza è concessa la medaglia d’oro istituita in riconoscimento delle benemerenze patriottiche perché, prima fra le città italiane, il 10 maggio 1848, con plebiscito pressoché unanime, votava la sua annessione al Piemonte meritando da Carlo Alberto l’appellativo di Primogenita».

È il regio decreto 322 del 27 gennaio 1941 ad assegnare alla nostra città la medaglia d’oro per le azioni «altamente patriottiche compiute dalle città italiane nel periodo del Risorgimento».
La concessione di tale riconoscimento fa riferimento ad uno degli episodi più importanti della storia risorgimentale piacentina: il plebiscito di annessione al Piemonte.

 

La primavera del 1848 è ricca di accadimenti per la nostra città.
Il 26 marzo il Consesso civico di Piacenza, convocato in seduta straordinaria, procede all’elezione di Fabrizio Gavardi a podestà cittadino e «in vista delle attuali gravissime circostanze», decide di «avocare a sé l’autorità pubblica», nominando un governo provvisorio costituito da cinque membri: Pietro Gioia, Camillo Piatti, Corrado Marazzani, Antonio Anguissola e don Antonio Emmanueli. Con l’obiettivo di gestire in modo autonomo, rispetto a Parma, il passaggio al Regno Sardo, per oltre due mesi questi uomini lavorano alacremente, emanando quasi quattrocento provvedimenti.

Tuttavia, non tutti gli intellettuali locali concordavano una scelta politica così repentina: uno di loro era Pietro Giordani (1774-1848), grande amico di Leopardi e sostenitore di Cattaneo. Inizialmente aveva mostrato grande entusiasmo per i gesti liberali di Pio IX, ma ben presto si ritirò in uno stato d'animo di amara rassegnazione. Gli sembrava tutto affrettato e confuso.  "Siamo tutti d'accordo all'unanimità; dimentichiamo le dispute inutili su un futuro molto oscuro ed incerto ..." (lettera al Gussalli, datata aprile 1848). Pessimista sul futuro prossimo, Pietro Giordani muore proprio durante il provvisorio successo della sollevazione anti–austriaca.

plebiscito1848Nel maggio 1848 i piacentini sono chiamati a votare per l’aggregazione di Piacenza e del suo territorio al Piemonte: il 98% degli elettori esprime un parere favorevole all’unione.
L’esito trionfale è proclamato con solennità il 10 maggio nella chiesa di San Francesco.
Il 14 una delegazione piacentina, composta da Pietro Gioia, Fabrizio Gavardi e Antonio Rebasti si reca al campo di Sommacampagna, vicino a Verona, per presentare al re Carlo Alberto il voto di Piacenza.

Le due Camere del Parlamento piemontese ratificano l’annessione con un caloroso discorso, tenuto dal ministro degli esteri Lorenzo Pareto, il quale addita l’esempio di Piacenza alle altre città italiane.
Con legge del 27 maggio, Carlo Alberto stabilisce che nel Ducato di Piacenza, divenuto parte integrante del Regno, abbiano immediata applicazione lo statuto e alcune leggi, quali quelle relative alla milizia comunale, alla stampa e alle elezioni politiche. Quest’ultime, che suggellano l’unione al Regno Sardo, si svolgono il 20 giugno e portano alla elezione di Pietro Gioia, Carlo Giarelli, Giuseppe Mischi, Filippo Grandi, Carlo Anguissola da Travo, don Alfonso Testa e Pietro Salvatico.
I tempi però saranno destinati a cambiare rapidamente, ma questa pagina piacentina resta tra le più gloriose del Risorgimento italiano.

 

 

10 maggio 1848: una città in festa

 

Il racconto del plebiscito del 10 maggio trova un ampio spazio sulle colonne del bisettimanale “Eridano” che esce con un supplemento curato da Carlo Fioruzzi.

La relazione si apre con un entusiastico: «Il giorno dieci maggio mille ottocento quarantotto è stato per Piacenza uno di quelli che la Storia registra fra i più gloriosi nei fasti di un popolo!». Il Fioruzzi prosegue con la descrizione della chiesa di San Francesco dove si tiene l’annuncio, una chiesa gremita non solo di autorità ma anche «nel fondo, in faccia alla porta principale, una eletta di donne vestite a vari colori e massime italiani; à lati, quanto è lunga la Chiesa, stipato il popolo».

« Lo spoglio dei registri dava poco meno che trentottomila voti per la nostra aggregazione al Piemonte; e vuol dire che, fatta ragione degli abili a votare, tutti quasi i cittadini di questo Stato erano convenuti nel medesimo pensiero».

 

> A leggere l’esito e a proclamare «nella unione la indipendenza d’Italia», è Pietro Gioia, protagonista di questa pagina del Risorgimento piacentino.

Dopo la cerimonia in San Francesco, iniziano i festeggiamenti in tutta la città: «e dopo la intera città per tutto il giorno era in festa. Alla comune esultanza associavansi i poveri gratificati di seimila pani. La sera grande luminaria e fuochi d’artifizio. Il maestoso Gotico era tutto folgorante di luce. Gli archi, le grandi finestre, le membrature, tutte le linee architettoniche di questo stupendo edifizio guernite di lumi producevano un effetto meraviglioso. La folla intanto correva ammirata la Città in mezzo alle armonie di suoni e di canti».

Nella seduta del 13 maggio 1848, il Ministro degli Esteri del Parlamento Piemontese, Lorenzo Pareto esordiva: «Avrei una buona nuova da darvi. Conscio dell’animo italiano che è in voi, conscio del desiderio che tutti hanno di vedere il nostro paese aggrandirsi e crescere di forze per resistere ai nemici, mi fo il grato dovere di dare agli onorevoli membri la notizia della riunione con noi del ducato di Piacenza».
L’uomo politico legge quindi la lettera del generale Di Bricherasio, comandante delle truppe sarde in Piacenza, datata 11 maggio 1848: «Ieri ebbe luogo in questa città la funzione dello spoglio della votazione generale di questi cittadini e di tutti gli abitanti dei comuni del Ducato Piacentino per decidere della loro futura esistenza politica.
Questa funzione si fece colla maggiore pubblicità e solennità possibile; ad essa intervennero tutte le autorità cittadine, come anche tutti i podestà dei comuni predetti e dallo spoglio operato ne risultò una maggioranza tale che può nominarsi unanimità, manifestando di voler essere ammessa a far parte dei Regi Stati. Pendente questa funzione si spararono 50 colpi di cannone.
Partirà immediatamente una deputazione per recarsi da S.M. al quartiere generale per offrirle gli omaggi di questa città ed intero ducato e rassegnarle ad un tempo l’atto solenne e legale che fu ieri rogato con tanta pubblicità, col quale i Piacentini fanno la loro dedizione implorando la reale sanzione onde venire prontamente immedesimati nei regi Stati. La città fu ieri tutta parata a festa e alla sera splendidamente illuminata. sommacampagna
Ad un’ora di notte si accesero fuochi lavorati, al finir del quale splendeva una illuminazione che lasciava trasparire gli stemmi di Savoia e di Piacenza, riuniti assieme e tenuti sospesi da una allegorica donna rappresentante l’Italia sotto della quale in lucentissimi caratteri leggevasi: Evviva il Re Carlo Alberto, salutato da un tuono di applausi e di acclamazioni portate all’entusiasmo».


Le curiosità
Presso il Fondo Antico della Biblioteca “Passerini-Landi” è conservato un manoscritto, dal titolo Cronaca di Piacenza dal 1801 al 1852 compilata da Gian Francesco Bugoni. Molte sono ovviamente le pagine dedicate al ’48 piacentino. Ne riportiamo alcuni passi.
Lunedì 27 marzo arriva da Torino l’emissario piemontese Federico Menabrea e «il Consesso Civico delibera una Commissione che si rechi a ringraziare il Re dell’assistenza promessa.
Alla sera, al grido: fuori i lumi, la città venne ben presto illuminata ed ebbe luogo una pubblica dimostrazione di simpatia e di favore pel governo di S.M. Sarda. Quindi, in mezzo alla piazza, tra una moltitudine di persone, non poche munite di torcie al vento, con molte bandiere, al suono della banda, si gridava da tutti: abbasso il Duca, alternando con clamorosi evviva al Re Carlo Alberto».
Il 3 aprile arriva in piazza l’avanguardia di un corpo di truppe piemontesi ed «ebbero accoglienza cordiale, festosissima; la truppa entrò fra gli evviva clamorosi e continui della popolazione.
Le donne specialmente agitavano fazzoletti bianchi, battevano le mani, salutavano, gli ufficiali facean far giravolte alle spade, salutavano, gridavano».
Alla data del 4 luglio si dà la notizia dell’arrivo in città di Giuseppe Garibaldi: «A mezzanotte parte di città il genovese Garibaldi che veniva da Montevideo, essendo sbarcato a Nizza il dì 21 scorso» e tale era la contentezza del popolo piacentino che «nel partire il popolo tirava la vettura».

Anche la Storia di Piacenza, edita da Francesco Giarelli nel 1899 per i tipi Porta, è ricca di aneddoti.
Racconta ad esempio della demolizione castello farnesiano, decisa dal Consesso civico, ma «siccome la demolizione dell’odiato castello pareva non procedesse abbastanza rapida, così da parecchio tempo vi lavoravano intorno fremebondi di gioia gli stessi cittadini. E più d’una mano gentile di signora vi recava anch’essa il suo colpo di piccone e di zappa».
Non solo distruggere, ma anche costruire perché «si fanno grandi progetti per l’avvenire». Così Raffaele Bongiorni getta le fondamenta di una «Società di mutuo soccorso che poi avrebbe prosperato e gli sarebbe sopravvissuta a fama del suo nome. È inaugurata in Sant’Agostino una scuola militare e si discute della rinnovazione del Foro Boario alla Maddalena».

PER SAPERNE DI PIU'
>> www.piacenzaprimogenita150.it - il sito dell'Archivio di Stato di Piacenza dedicato alla Primogenita
>> Musei di Palazzo Farnese - Museo del Risorgimento

Scheda realizzata il 06/06/2011